ANNO MILLENO CENTENO SEPTVAGENO OCTAVO SCVULTOR PATRAVIT MENSE SECUNDO // ANTELAMI DICTVS SCVLPTOR FVUIT HIC BENEDICTVS
NEL MESE DI APRILE DELL’ANNO 1178 UNO SCULTORE REALIZZÒ QUEST’OPERA // QUESTO SCULTORE FU BENEDETTO DETTO ANTELAMI.
Queste sono le parole incise sulla lastra conservata nel Duomo di Parma chiamata Deposizione. Si tratta del capolavoro di Benedetto Antelami, geniale scultore e architetto che lavorò a Parma per circa 40 anni tra XII e XIII secolo. Si occupò del rinnovamento della Cattedrale e progettò il Battistero, splendido edificio di forma ottagonale che si affaccia su Piazza Duomo.
Interessante quanto ha affermato lo storico e critico dell’arte Carlo Arturo Quintavalle, con il quale ho avuto l’onore di studiare Arte Medievale all’Università di Parma: Antelami dictvs significherebbe “considerato architetto”; Antelami non è il cognome, ma un appellativo derivato dalla sua provenienza dalla corporazione di magistri antelamici, costruttori e muratori originari della Val d’Intelvi (Lombardia). Essi monopolizzarono le commesse edilizie e decorative tra XI e XII secolo in vari centri della Pianura Padana. Benedetto però nella Deposizione, che per noi è la sua prima opera, si qualifica come SCULTORE e lo ribadisce ben due volte nell’iscrizione. Sapeva infatti di non essere un generico costruttore, un magister, ma è un vero SCULPTOR, con capacità elevate teorico-progettuali, non solo manuali e pratiche.
L’opera è realizzata utilizzando un calcare rossastro chiamato “marmo rosso di Verona”, molto difficile da lavorare. Mostra al centro la Deposizione del corpo di Cristo dalla Croce, secondo quanto è scritto nel Vangelo di Giovanni 19: Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo chiesero a Pilato il corpo di Cristo, che glielo concesse. I due deposero il corpo dalla Croce e lo avvolsero in bende e oli aromatici. Benedetto Antelami sceglie di rappresentare Giuseppe secondo una nuova iconografia densa di emozioni, ovvero bacia il costato ferito di Gesù, mentre ne sorregge il corpo.
La Croce divide lo spazio in due parti secondo una simmetria che deriva dal mondo bizantino. A sinistra le figure illuminate dal disco del Sole, la luce divina; a destra i soldati romani e la rappresentazione della Sinagoga, accompagnati dal disco della Luna che richiama l’assenza della luce di Dio. Mi vengono subito alla mente i mosaici di Ravenna: nella basilica di Sant’Apollinare Nuovo viene rappresentato per la prima volta il passo del Vangelo di Matteo in cui si parla del ritorno di Cristo sulla Terra; alla sua destra troveranno posto i benedetti da Dio, rappresentati da un angelo rosso (colore della luce), alla sua sinistra i maledetti destinati al fuoco eterno, rappresentati da un angelo blu (assenza della luce).
Nella lastra però, oltre alla Deposizione, Antelami condensa in modo molto innovativo altri due momenti legati alla Passione:
- la Crocifissione, citata per la presenza dell’apostolo Giovanni e di Maria, la quale in un gesto di struggente dolore prende la mano del figlio morto e la accosta al suo volto. L’arcangelo Gabriele arriva in volo ad aiutarla nel sorreggere la mano, tanta è la sofferenza della madre. Questa donna è tradotta con un tale naturalismo, una forza emotiva e un’empatia che riescono a commuovere chi le osserva. Da qui certamente presero ispirazione i futuri Giotto e Pisano.
- la Resurrezione: per la presenza delle Marie e per la rappresentazione della Croce come un albero nodoso, un fusto che verdeggia di gemme di foglie e rami; è il “legno della vita” che allude alla vittoria della vita sulla morte. Anche qui penso ai mosaici di Ravenna: alla croce dorata del Mausoleo di Galla Placidia che brilla sulla cupola guardando a Est, dove nasce il Sole che porta la luce e la speranza di una nuova vita dopo la morte; o la croce splendente di vita, colori e gemme preziose della basilica di Sant’Apollinare in Classe.
Da dove proviene questa lastra che oggi si trova murata nel transetto destro della Cattedrale? In origine sappiamo che faceva parte della recinzione di un pulpito posto ai piedi della scalinata di accesso al presbiterio. I fedeli potevano ammirarlo dal fondo della navata maggiore mentre avanzano da ovest verso est vedendolo emergere dall’oscurità.
Il programma decorativo della recinzione prevedeva, oltre alla Deposizione, anche la rappresentazione dell’Ultima Cena (questa lastra è andata perduta) e il Giudizio Finale (questa lastra si trova nella Galleria Nazione di Parma in stato di pessima conservazione). La struttura era sorretta da quattro capitelli istoriati e da quattro leoni stilofori oggi conservati al Museo Diocesano. Questo pulpito venne purtroppo smembrato nel 1566.
Ancora Quintavalle sottolinea come questi soggetti erano pensati come programma decorativo funzionale al contrasto dell’eresia dei Catari che si stava diffondendo largamente in quest’epoca. I Catari negavano la Chiesa, i suoi sacramenti, la funzione delle opere di misericordia, il Giudizio finale, la Croce in quanto strumento del martirio di Cristo. Ecco, quindi, che il pulpito doveva essere un complesso manifesto antiereticale teso a sottolineare la continuità della vera Chiesa, l’importanza delle opere di misericordia compiute in terra per la salvezza finale, l’unità della Chiesa cristiana e la centralità del martirio di Cristo sulla Croce.
La Deposizione di Benedetto Antelami, Parma Cattedrale

La Deposizione di Benedetto Antelami, particolare della Croce centrale

Deposizione di Benedetto Antelami, Maria sorregge la mano del Figlio

Deposizione Benedetto Antelami, dettaglio della Chiesa trionfante

Deposizione di Benedetto Antelami, la sinagoga e Nicodemo

Deposizione Benedetto Antelami, Marie

Deposizione Benedetto Antelami, i soldati romani
